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FRANCO CUOMO INTERNATIONAL AWARD. IL PRESIDENTE DELLA GIURIA OTELLO LOTTINI RACCONTA LA SUA AMICIZIA CON IL GRANDE SCRITTORE E INTELLETTUALE

10 Novembre 2015

E' la prova che l'amicizia ha una proiezione che non conosce i confini temporali imposti dalla caducità umana.

Franco Cuomo ed Otello Lottini, ai tempi dell'inizio del vincolo amicale giovane docente universitario e oggi Direttore del Dipartimento Letterature comparate dell'Università Roma Tre, nonché Direttore della Collezione d'Arte Contemporanea dell'Ateneo, si conobbero in nome della cultura, circa trentacinque anni fa e il loro legame, fatto di un comune approccio al mondo ed alle sue complessità intellettuali, non è certo stato interrotto nel 2007, dalla prematura morte di colui a cui è dedicato il Premio.

Il sodalizio, allargatosi anche ai rapporti familiari, ha trovato un nuovo modo per declinarsi. Sin dalla prima edizione del Premio, infatti, Otello Lottini presiede la Giuria che vaglia candidature e identifica i meriti culturali dei candidati.

Narriamo l'amicizia che lo legò a Cuomo, raccogliendo il racconto dalla viva voce del professor Lottini.

" La mia frequentazione con Franco ebbe inizio a cavallo fra gli anni '70 e '80, allorché lui, quale capo della redazione Cultura de' "L'Avanti!", mi invitò a collaborare sui temi dell'arte e della letteratura. Fin dai primi tempi, fra noi s'instaurò una grande empatia che sfociò immediatamente in amicizia vera e propria.

Il nostro dialogo non si limitava al confronto sui temi che poi avrei affrontato nei miei articoli, ma spaziava a tutto campo; erano frequenti gl'incontri de visu, nella redazione del giornale, in via Tomacelli, oppure lunghe conversazioni telefoniche.

Mi avevano colpito il suo garbo e la sua gentilezza, che ne arricchivano l'ampia cultura, oltre a quel suo approccio così problematico e analitico alle complessità, sia nelle vicende culturali italiane che in quelle internazionali".

- Furono quelli gli ultimi momenti 'sereni' de' "L'Avanti!". Purtroppo, vicende successive hanno ombrato i suoi trascorsi di volano politico e culturale.

Erano i primi anni '80 e a dirigerlo vi era Ugo Intini, anche lui personalità di cultura e di respiro, oltre che garbato e aperto al confronto.

Ricordo vividamente le lunghe chiacchierate con Franco, quando andavo a trovarlo in redazione e potevo cogliere un clima disteso, sereno, che sapeva trasmettere a tutti coloro con i quali veniva in contatto. Dunque, non solo a noi ospiti e collaboratori, ma anche in chi si trovava a lavorare al suo fianco, come ad esempio Paola Cacianti, che allora era la sua vice. Furono anni per me di attività assai ampia, espressi in centinaia di articoli, dai riflessi anche politici, sollecitati dalle lunghe conversazioni che ci appassionavano.

Franco era una persona di grande talento, un intellettuale a 360 gradi. La nostra amicizia non ha mai avuto soluzione di continuità, né si è mai incrinata e, quando poco dopo conobbi sua moglie, Velia Iacovino, fu facile estenderla anche a lei, e, sebbene più giovane di noi, si dimostrava una donna ricca di curiosità intellettuali e di molteplici interessi culturali, oltre che già allora eccellente giornalista.

Il nostro rapporto ci ha consentito di collaborare in diverse 'avventure' intellettuali e artistico - culturali, in uno scambio continuo e reciproco di riflessioni e di sollecitazioni.

- Un ricordo molto pregnante e ampio. Può citare qualche episodio specifico?

Ricordo con particolare gratitudine e affetto il 2001, quando Franco ha scritto una bella opera teatrale "Gladiator, ovvero che si dissero i poeti Orazio e Giovanni Pascoli, un maestro di musica e un assassino pentito nel giorno della liberazione degli schiavi", di cui ho curato la prefazione.

Il testo è stato creato appositamente per quel sito archeologico, i ruderi della Villa di Orazio, cioè della Villa che Mecenate ha donato a Orazio e dove è nato il "mecenatismo", più di Duemila anni fa e in funzione delle suggestioni dell'ambiente circostante. Il protagonista è un 'gladiatore dal cuore buono', che si ritira dall'attività a Roma e come Orazio, prende casa a Licenza, accanto al poeta: l'opera descrive la convivenza e il dialogo tra queste due personalità, così differenti. Il gladiatore, in particolare, costituisce una tipologia di personaggio che nel cinema, in quegli stessi anni, veniva immaginato nel film 'Il Gladiatore" di Ridley Scott e che costituì il trampolino di lancio di Russell Crowe.

Nel caso dell'opera di Franco, che riprendeva un'intuizione riportata in pochi appunti di Giovanni Pascoli, di un secolo prima, l'Autore intreccia su due piani tempi e personaggi, seguendo il fil rouge dipanato da Pascoli, in parallelo con il musicista Carlo Della Giacoma, e richiamandosi alla strana convivenza tra Orazio e il gladiatore Veiano.

Questo lavoro teatrale di Cuomo è una vera esperienza intellettuale e artistica e fu messa in scena, in notturna, in anteprima mondiale, proprio nel luogo ove Franco l'aveva immaginata, nell'area archeologica della Villa Oraziana, accanto alla cittadina di Licenza, in Sabina. Fu un grande successo, anche di pubblico, che portò alla ribalta lo stesso ritrovamento archeologico, i cui scavi si erano da poco conclusi.

Furono coinvolti grandi artisti, come Bruno Ceccobelli che, in quell'occasione, realizzò le scenografie. Fu una serata davvero magica e indimenticabile, nella casa di Orazio e in compagnia di Orazio, che riviveva nelle pagine di Cuomo.

- Il vostro sodalizio ha avuto altri episodi importanti?

Si, tanti. Per esempio, quando L'Avanti! entrò in crisi, insieme con Franco, abbiamo mobilitato i più grandi artisti contemporanei che hanno donato dei loro disegni, realizzati appositamente, e che venivano pubblicati nell'ultima pagina del giornale, insieme a un profilo critico dell'artista, che curavo io. Si è trattato di un'iniziativa protrattasi per diversi mesi, un gesto generoso dell'arte contemporanea verso il giornale, che aveva bisogno di sostegno per salvarsi. L'atto fu straordinario, ma, purtroppo, non servì a salvarlo.

Mi ricordo ancora, per esempio, il coinvolgimento e la trepidazione della vigilia, in occasione delle due presenze di Franco nella cinquina del Premio Strega, nel 1990 e nel 1997, mi pare.

-Franco Cuomo era una figura culturalmente complessa.

Si, e in grado di trovarsi a proprio agio nei diversi campi intellettuali e creativi in cui si è impegnato.

E' questa energia e questa apertura mentale che lo rendono contemporaneo, anche dopo che ci ha lasciato.

Tra l'altro, è stato anche un eccellente divulgatore della cultura teatrale in TV, conducendo un programma pomeridiano di grande successo, che aveva il proprio focus sui problemi del teatro.

In tali trasmissioni ebbi il piacere di partecipare anch'io, come parteciparono Maurizio Scaparro, Giorgio Albertazzi e altre figure di primo piano del teatro italiano.

Sul versante teatrale, inoltre, c'era un altro elemento che ci legava: la comune amicizia con Carmelo Bene, con cui Franco Cuomo ha anche lavorato. Bene aveva grande stima e rispetto verso di lui, tanto da mettere in scena alcune sue opere.


- Insomma, quella che si suol dire un'amicizia fraterna…

Fraterna e allargatasi alle famiglie, con scambi conviviali e un rapporto che ha coinvolto anche le nostre mogli: sono state molte le occasioni di festa che abbiamo trascorso insieme. In particolare, ricordo un Capodanno negli anni '90, contrassegnato da un fatto festoso che coinvolse anche Alberto, il figlio di Franco e Velia, allora bambino: affidammo a lui il compito di scoprire dal panno che lo copriva, un grande quadro di Elio Marchegiani, che aveva realizzato per noi e che si trova ancora a casa mia. In quell'occasione, credo che anche Alberto si sia divertito per la messinscena, anche per la grande complicità e simpatia del Maestro verso di lui.

- Dunque, è stata quasi una proiezione naturale della vostra amicizia assumere la presidenza della giuria del Premio che l'anno scorso è stato dedicato a questo grande intellettuale italiano?

L'anno scorso Velia m'invitò a far parte della Giuria e in occasione di una riunione, ho conosciuto anche il professore Franz Ciminieri, infaticabile presidente dell'Associazione promotrice. A lui, va certamente, il giusto riconoscimento per questa importante e interessante iniziativa.

Ringrazio sinceramente Velia, Franz e gli altri giurati che hanno voluto designarmi alla Presidenza. Del resto, quando Velia mi aveva espresso la volontà di coinvolgermi nel Premio, da subito le avevo dato la mia adesione e la mia disponibilità per questo omaggio, che esprime parole e atti di memoria verso Franco e consente di rinnovare il suo ricordo, proiettandolo ancora tra noi, non in forma nostalgica, ma nella sicura consapevolezza che il suo lavoro può ancora essere utile ad arricchire la fantasia creativa e l'esperienza culturale dei nostri giorni.

- Quali sono, secondo lei, le caratteristiche che danno unicità a questo Premio?

Il 'Premio Internazionale Franco Cuomo' si basa, come accennavo, sulla filosofia della memoria, sull'evocazione e il ricordo di un grande esponente della cultura italiana, ma, insieme, guarda in avanti, nel senso che riproporre la grande avventura intellettuale di Cuomo (giornalista della carta stampata e successivamente anche della televisione, saggista, narratore), costituisce un esempio virtuoso di etica del lavoro, di rigore della ricerca delle fonti, di accuratezza e precisione informativa, di curiosità culturale, di fantasia creativa e di ricchezza problematica: su questa base, e in nome di questi valori, il Premio, di volta in volta, intende segnalare all'attenzione dei pubblico esperienze e personalità di oggi come modelli virtuosi e di qualità della creatività, dello studio, della comunicazione e delle attività artistico â€" culturali dei nostri giorni.

Annamaria Barbato Ricci