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La bella ed eretica utopia dei Templari

17 Aprile 2010

La bella ed eretica utopia dei Templari

Avv. Gustavo Raffi

Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia " Palazzo Giustiniani

Macerata, 17 aprile 2010

Monaci-guerrieri, ma soprattutto inquieti cacciatori di umanità. I Templari avevano una passione profonda per la vita e una capacità unica di costruire, con pietre e sapienza, strade all'uomo. L'annientamento dell'Ordine del Tempio, con la condanna al rogo del gran Maestro Jacques de Molay, nel 1314, fu uno dei più disastrosi infortuni nei quali sia incorsa la civiltà occidentale nel suo evolversi. Come scriveva Franco Cuomo, profondo studioso degli ordini cavallereschi scomparso nel 2007, "nessuna società organizzata fu mai, né mai lo sarà in seguito, tanto vicina alla realizzazione di un progetto di pacificazione universale quanto lo furono i Templari attraverso il sincretismo religioso e filosofico di due grandi civiltà contrapposte nel Mediterraneo, quella islamica e quella cristiana".

Ma proprio dall'essere giunti pericolosamente vicini al compimento di una così eretica utopia, derivò probabilmente la rovina dei Templari, ancor più che dalle ragioni riportate in superficie dalla storia, quali l'intento predatorio di Filippo il Bello, che si appropriò dei loro tesori. I mitici cavalieri che cavalcano in due lo stesso destriero furono uomini in ricerca di senso, gente di confine tra civiltà diverse, cerniere di umanità che volle e seppe costruire relazioni dando voci ai sogni. Nella loro regola di iniziazione c'era scritto: ''Quando vi si ordinerà di partire, non saprete mai perché né per dove''. Quelle parole per i moanci dal mantello bianco con la croce, furono anche un destino.

Mai nessun ordine cavalleresco nella storia fu così potente quanto lo fu il Tempio agli albori del Trecento; mai un'utopia fu tanto vicina alla sua realizzazione, eppure mai un'illusione si consumò tanto in fretta.

I Templari furono annientati nel giro di una notte, era il 13 ottobre 1307, ma la loro anima avrebbe continuato a scorrere nelle vene del tempo, come una domanda inevasa, portando un messaggio di fratellanza che andava oltre la vendetta. La leggenda narra che fu un templare, o almeno uno che tale si dichiarò, il boia cui fu affidata l'esecuzione di Luigi XVI, ultimo discendente di Filippo il Bello. Il che starebbe a indicare che i Templari sarebbero sopravvissuti alle rovine dell'Ordine. Sta di fatto che l'anima della Rivoluzione francese fu massonica. E questo, se non altro, qualche divagazione sulla pretesa realtà dei fatti, per come è riportata dalle cronache ufficiali, l'autorizza.

Ma al di là della topologia templare, interessa sottolineare che la loro regola di vita ha nel volto dell'altro la ragione di un impegno che vince il rogo. Sulla spada dei poveri cavalieri c'è una sola parola e azione: quella di proteggere i pellegrini e coloro che cercano. Il messaggio è stare insieme per custodire e costruire. Per questo, più che la loro tragica fine, occorrebbe studiare a fondo gli 'inithia' dei Templari, dal 1118 in poi, duecento anni di libertà. La vera leggenda comincia infatti con la loro nascita, dopo la conquista di Gerusalemme. Nove Cavalieri si trovano sotto un Tempio. E cambiano il mondo. A loro viene affidata una scuderia capace di contenere novemila cavalli. Poi, la scoperta di cose indicibili per quei tempi. Da quel momento in poi, Cavalieri inattuali lo saranno sempre…

I Templari sono così. Non li hanno fermati i 'sandali della verità', ovvero le calzature di ferro arroventato, né i baci del silenzio, a lama incandescente passata sulla carne di uomini inquieti. Erano uomini forti e costruttori di senso, come gli antichi massoni. E oggi l'antico sigillo dei due cavalieri sul medesimo cavallo è una storia che esce dalla leggenda per farsi ancora presenza e futuro, pensando ad esempio alla leggenda della Charta di Larmenius.

Il segreto anche qui è andare alle fonti, studiare gli aspetti ancora poco noti. Per il ''Processus contra Templarios'', progetto editoriale dell''Archivio segreto vaticano, verranno riprodotte quattro pergamene con annotati 38 verbali di interrogatori. Bel documento davvero, peccato che il prezzo di vendita sia di 5.900 euro a copia e l'edizione limitata a 799 esemplari, per un fatturato di 4.714.100 euro. E tuttavia, malgrado il business di Oltretevere (sono impegnati in questo periodo con ben altre grane e meno nobili degli epigoni templari), la storia dei Cavaliere del Tempio non è chiusa. Infame quel rogo che nel tardo pomerigggio del 18 marzo 1314 pensò di porre una lastra tombale sugli uomini liberi. Il vero Tempio è fatto di carne e di spiriti inquieti. Prima di gridare 'Non nobis, Domine', va assaporato il silenzio perché la vera storia è alchimia e coraggio.

Reduci di una battaglia perduta, l'inversosimile destino dei Templari si era compiuto in una notte di tradimento. Sopraffati da una incomprensione che escudeva ogni pietà, andarono al rogo gli ultimi templari sull'isola della Senna. Con il sole alle spalle, guardando l'Oriente.

Ma hanno insegnato con il loro sangue, con le vergognose confessioni estorte loro dai giri di corda imposti dal poteree che l'Oriente non è un luogo, è una condizione dello spirito, un cammino che non conosce la fine. L'Ordine è 'kadosh', è santo, e il male colpirà chi l'ha causato. Il 'secretum' degli antichi cavalieri è l'essere stati paladini di tolleranza, aver ribadito che si può essere veramente accomunati dalla fratellanza. E non rinunciare alla battaglia che alla fine resta: quella della speranza contro l'intolleranza, sempre pronta a colpire la carne degli abitanti del tempo. Non è un caso che una studiosa come Simonetta Cerrini, autrice di 'La rivoluzione dei Templari', scrive che i monaci-guerrieri "furono rivoluzionari nel rivendicare la laicità proprio quando la Chiesa latina intendeva riservare ai chierici il monopolio del sacro; ammisero le donne, aprirono l'Ordine a lavoratori in un mondo in cui il potere era dei religiosi e dei soldati, diffusero al cultura religiosa in lingua volgare, condivisero pratiche religiose con i cristiani d'Oriente e i musulmani". Tanto che l'emiro di Chaysar, Osama, nel 1188 li definisce 'i miei amici Templari', e dice che erano capaci di riconoscere i credenti, non importa di quale fede. Progressisti e precurosi del dialogo tra le religioni.

Del valore di questa presenza che scorre lungo il fiume vivo della tradizione, con il suo bianco e il suo nero, come nello stendardo del Tempio, ci parlano oggi le imponenti fortificazioni del castello templare a Tomar, in Portogallo, o la storia della Sindone, che con tutta probabilità " si vedano gli studi di Barbara Frale " per un certo periodo fu protetta e custodita proprio dai Templari. Misteri come quello del 'mandylion' sono aspetti su cui si dovrà ancora riflettere a lungo e che testimoniano " è appena uscito il libro di Sandro Giacobbo sui Templari " un interesse che non è mai venuto meno sulla storia templare. Malgrado l'Ordine non esista più da 698 anni, spazzato via dalla frettolosa bolla di papa Clemente V.

Un'altra dimensione mi è caro ricordare: l'importanza della libertà. Un templare non è legato a nessuno e gli antichi testi dicono che se ne va senza salutare. La sua forza è nella solitudine ma anche nel cercare la verità insieme gli altri. Va dove gli viene detto e dove il Tempio lo chiama. Lo abbiamo ricordato anche nella nostra Gran Loggia di Rimini: per i Templari l'umanità è la stella più alta di tutte. Questo amore per l'uomo, al di là di ogni suggestione esoterica legata all'ordine, resto il vero segreto dei Templari. E forse Templare è ancora oggi chi sa fare strada al dialogo, viaggiano in compagnia di un altro uomo sul cavallo di altre lotte perché la luce sorga sul Tempio di Salomone, nel segno di quel sole d'Oriente che tutto conosce.